Naturale non è cattivo

La tendenza ad umanizzare il comportamento animale, attribuendo categorie morali come “buono” e “cattivo” ad animali che in realtà seguono solo il proprio istinto, rappresenta un problema per la conservazione delle specie. In natura, infatti, ogni individuo ha il suo ruolo: i predatori, ad esempio, spesso temuti dall’essere umano, sono essenziali per il mantenimento della biodiversità.

Pensiamo al falco pellegrino: questo maestoso rapace, cacciando per nutrirsi, contribuisce a controllare le popolazioni delle specie di cui si ciba, tra le quali i piccioni, evitando la loro sovrappopolazione, che potrebbe causare problemi sanitari e ambientali. Un altro esempio è il lupo, che viene spesso dipinto come “cattivo”. Studi ecologici hanno dimostrato che la sua presenza nei parchi nazionali, come quello di Yellowstone nell’America del Nord, ha un effetto positivo su interi ecosistemi: riducendo il numero di erbivori come cervi e daini, il lupo permette la rigenerazione della vegetazione, che a sua volta offre cibo e rifugio a numerose altre specie.

Ogni anno, nei centri di recupero per animali selvatici, arrivano decine di individui a causa di interventi non necessari da parte dell’uomo.  Anche se a prima vista alcune situazioni possono sembrare di semplice interpretazione, spesso si rischia di cadere in errore, attribuendo etichette morali ad eventi naturali come la predazione, che possono spingerci ad agire nel principio della “difesa del più debole”. Un intervento umano in questo caso, benché animato da nobili intenzioni, altera i delicati equilibri naturali perché sottrae una preda al suo predatore, con conseguenze che si riflettono a cascata sulle altre componenti dell’ecosistema.
Quando una gazza approda su un nido di piccoli merli per predarli non lo fa per crudeltà, ma perché deve nutrire i suoi pulcini. Allontanare la gazza e recuperare i merli per salvarli da future predazioni non solo priva quest’ultima del cibo necessario, ma aumenta anche il rischio di sofferenza per i merli stessi, che potrebbero non sopravvivere in condizioni artificiali.
Un altro esempio è rappresentato dalle cornacchie, spesso considerate invasive o distruttive. Questi uccelli, estremamente intelligenti, sono parte integrante degli ecosistemi urbani e rurali. Le loro abitudini alimentari contribuiscono a tenere pulito l’ambiente, eliminando carcasse e rifiuti organici, un ruolo fondamentale che raramente viene apprezzato.
Un giovane capriolo apparentemente abbandonato nel bosco, un pulcino caduto dal nido o una lepre inseguita da un predatore: queste scene attivano immediatamente il nostro istinto di protezione. Tuttavia, intervenire in queste situazioni può avere conseguenze gravi. In molti casi, gli animali giovani non sono realmente soli: i genitori potrebbero essere nei dintorni, osservando e aspettando che il pericolo (ovvero, noi) si allontani. Raccogliere questi cuccioli, anche con le migliori intenzioni, li separa definitivamente dalla loro famiglia e riduce le loro possibilità di sopravvivenza.
Lo stesso vale per i pulcini caduti dal nido: spesso, si tratta di individui in fase di svezzamento, che stanno imparando a volare. Restituirli al nido o lasciarli dove si trovano è quasi sempre la scelta migliore, poiché i genitori continueranno a nutrirli e proteggerli.

Sempre più spesso, negli ultimi anni, i centri di recupero per animali selvatici ricevono segnalazioni di animali ritenuti “fastidiosi” perché invadono gli spazi urbani o interferiscono con la nostra routine. Questo riflette un fenomeno complesso, che riguarda la crescente espansione delle città e, di conseguenza, la riduzione degli habitat naturali. L’uomo, trasformando il territorio, ha reso sempre più difficile per gli animali selvatici trovare spazi adatti per vivere e riprodursi. Perciò, molte specie selvatiche sono costrette ad adattarsi a vivere in ambienti urbani, e questo può creare occasioni di conflitto: gabbiani che nidificano sui tetti degli alberghi, cinghiali che si avventurano nei giardini privati o assioli il cui canto notturno nei parchi cittadini può disturbare il sonno delle persone. Tutte queste, sono situazioni con cui ormai abbiamo sempre più familiarità. Eppure, spesso non sappiamo interpretarle correttamente, mettendo in atto azioni utili a tamponare ma non a risolvere il problema, o addirittura interventi dannosi per gli ecosistemi.
Un esempio emblematico è il gabbiano reale, che ha imparato a sfruttare l’ambiente urbano come un’opportunità. I tetti degli edifici sostituiscono le scogliere naturali e le aree urbane offrono abbondanza di cibo, spesso derivato dai nostri rifiuti. Tuttavia, la loro presenza può risultare fastidiosa per chi vive o lavora in città, per via del loro forte stridio e per la presenza di nidi e guano su tetti e terrazze. Allontanarli, però, non basta a risolvere la situazione. Spesso è necessario agire alla radice, gestendo i rifiuti in modo più efficiente o adottando soluzioni non invasive, come barriere fisiche sui tetti.
Un altro esempio frequentemente segnalato è quello dell’assiolo, un piccolo rapace notturno il cui canto suggestivo è spesso percepito come un disturbo da chi non ne conosce il valore. Questo uccello, simbolo di equilibrio ecologico, è fondamentale per il controllo degli insetti nocivi. Purtroppo, la sua presenza è messa a rischio dalla riduzione degli habitat e dalla disinformazione. Lamentarsi del suo canto o chiedere che venga rimosso non tiene conto del fatto che la sua presenza arricchisce il nostro ambiente e che, di conseguenza, la sua scomparsa sarebbe una perdita irreparabile.

Gli interventi per risolvere i conflitti uomo-animale devono prevedere soluzioni sostenibili. Gli interventi invasivi, come la cattura e il trasferimento, spesso non sono efficaci a lungo termine. Al contrario, possono essere adottate strategie come la gestione delle risorse alimentari e dei rifiuti e l’utilizzo di dissuasori etici.

Imparare a convivere con gli animali che condividono i nostri spazi è fondamentale. La coesistenza richiede un cambio di prospettiva: non dobbiamo guardare alla fauna come a un intruso, ma come a un elemento integrante del nostro ambiente. Comprendere le motivazioni che si nascondono dietro ai suoi comportamenti ci aiuta a sviluppare soluzioni rispettose ed efficaci. Ad esempio, invece di lamentarci del canto di un assiolo, possiamo cominciare a considerarlo un indicatore di un ecosistema sano. Invece di demonizzare i gabbiani, possiamo migliorare la gestione dei rifiuti per evitare che trovino cibo nei nostri scarti. E invece di temere i pipistrelli, possiamo costruire rifugi appositi che li allontanino dalle nostre tapparelle, senza però privarci dei benefici che offrono tenendo a bada le popolazioni di insetti. La natura non ha bisogno di essere salvata, ma rispettata. Il nostro ruolo non è quello di interferire, ma di comprendere e proteggere. Osservare un animale selvatico nel suo habitat naturale è un privilegio e intervenire deve essere un’eccezione, guidata da conoscenze approfondite e dall’aiuto di esperti. Solo così possiamo garantire la sopravvivenza degli ecosistemi e delle meraviglie che ospitano.

Il cambiamento parte dalla consapevolezza e l’educazione è lo strumento più potente per cambiare la percezione delle persone. Il messaggio che vogliamo trasmettere è semplice, ma fondamentale: lasciamo che la natura segua il suo corso. Ogni azione, anche quella compiuta con le migliori intenzioni, può avere conseguenze imprevedibili.  Rispettare gli equilibri naturali significa anche accettare che gli animali selvatici, come noi, cercano un posto dove vivere. La loro presenza in città non è un problema da risolvere con la rimozione, ma una realtà con cui imparare a convivere. Ogni specie porta con sé un valore unico, e proteggerla è un modo per proteggere anche noi stessi e il mondo che condividiamo.

La sfida non è eliminare i conflitti, ma trasformarli in occasioni di apprendimento e crescita. Insegnare a rispettare la natura, anche quando sembra scomoda, è il primo passo per costruire una convivenza pacifica con la fauna selvatica.